
Come per le grandi scoperte della scienza e dell’arte, l’architettura raggiunge la sua massima espressione, e diventa capolavoro, nel momento in cui si identifica in una continua contraddizione che ne compromette la praticità esperienziale o ne disattende i principi generativi iniziali. Incoerenze progettuali figlie di un’idea antropica, anch’essa piena di contraddizioni e contrasti, che rappresentano la sua stessa natura.
Si potrebbe dire che l’architettura è tanto incoerente quanto l’uomo che la pensa, e che proprio questa imperfezione garantisce il carattere identitario dell’opera, accettando compromessi criticabili ma sempre a vantaggio della sua qualità complessiva.
In questo senso, l’errore diventa un tema progettuale, caratteristico dell’approccio umano e capace di esaltarne le qualità, un metodo non deliberato ma intrinseco al fare dell’uomo, indagato nell’arte e ricercato nelle leggi fisiche del caos. Un’impronta inconscia che avvolge, in questo caso, l’architettura di un fascino impalpabile, e che ne costituisce il valore aggiunto.
Prendendo in prestito l’intuizione del Prof. Luciano Floridi*(1) che definisce l’uomo un “beautiful glitch” come eccezionalità in un mondo sempre più contaminato dall’intelligenza artificiale, dove il caos umano diventa il fattore differenziante caratterizzato dalla possibilità dell’errore, ecco che la buona architettura può assumere gli stessi principi valoriali.
In altre parole, potremmo identificare l’uomo come il “fa maggiore” (F) in “The Crisis” di Ennio Morricone, composta nel 1998 per il film “La leggenda del pianista sull’oceano” di Giuseppe Tornatore. Una singola nota che mette in tensione tonale l’intera armonia senza mai risolverla, raccontando con un’assoluta sensibilità e precisione lo stato d’animo del protagonista nel momento in cui viene proposta all’ascoltatore. Un errore da eliminare, direbbe la macchina, ma che di fatto, rappresenta il successo dell’intera ricerca compositiva del maestro romano nella musica sperimentale e classica nel più ampio senso del termine.
Seguendo questo principio la macchina è perfetta: ha una linea tracciata, un percorso preciso dove non sono previste incertezze o perplessità*(2). È bianco o nero, è acceso o spento, in sostanza, o è zero o è uno. La sua capacità generativa deriva dall’enormità di informazioni a cui ha accesso, imitando ciò che è già stato creato.
Non a caso il “gioco dell’imitazione” (“The Imitation Game”) è il titolo di uno dei più grandi successi cinematografici degli ultimi anni che racconta le vicende di colui che viene considerato il padre dell’intelligenza artificiale: Alan Turing*(3).
L’uomo, al contrario, è caos*(4) e nell’errore identifica la sua cifra distintiva che lo contraddistingue (e lo rende unico) al confronto del mondo digitale. L’uomo copia, prende spunto, ma rielabora le informazioni alla ricerca di qualcosa di nuovo, di qualcosa che ancora non esiste. Sempre citando Floridi: “l’A.I. sa quello che ha visto, non quello che può succedere” *(5). Le emozioni e le innumerevoli tipologie di intelligenze umane (linguistica, corporea, logico-matematica, musicale, ecc) scaturiscono stati d’animo che consentono di creare in maniera del tutto illogica rispetto ad un percorso segnato.
Gli esempi in cui l’errore, l’imprevisto o l’improvvisazione sono divenuti il fattore scatenante di grandi scoperte scientifiche sono numerosi: dalla scoperta della penicillina all’invenzione del pacemaker, fino alle ricerche di Enrico Fermi e ai celebri “secchi della sora Cesarina” nello studio sulla radioattività indotta da neutroni.
In tutte queste storie, l’errore rappresenta solo il fattore scatenante della scoperta: il vero merito risiede nel genio umano capace di riconoscere e intuire, in ciò che sembrava sbagliato, una soluzione alternativa. Ancora una volta il fattore umano diventa matrice attraverso la quale è possibile realizzare ciò che logicamente non è concepibile.
Anche nell’architettura si possono rilevare dei casi interessanti che possono spiegare in modo pratico questo concetto, tanto nell’antichità quanto nella contemporaneità*(6). Fin dai tempi antichi l’uomo ha proceduto attraverso la costruzione per tentativi. In assenza di leggi fisiche codificate (se non quella di gravità), glielementi architettonici sono sempre stati concepiti con l’intento di costruire sempre più in alto, sempre ad una scala maggiore, con luci sempre più grandi fino al crollo che ne segnava un nuovo punto di riferimento per il tentativo successivo. L’errore, il crollo, il fallimento veniva registrato come un ulteriore progresso da affinare nel tempo fino ad arrivare alle più sofisticate tecniche di calcolo oggi registrate.
L’intelligenza artificiale in questo senso diventa l’opportunità che non abbiamo mai avuto! Ottimizzare la quantità di materiale necessario per costruire lo stesso edificio, massimizzare le strategie energetiche in funzione delle condizioni climatiche locali, simulare scenari aerodinamici per ridurre l’impatto del vento, sono solo alcuni esempi di come questi sistemi amplifichino la quantità di simulazioni (tra loro diverse) mai viste prima. Avanzare con un processo tentativo (quella che Giancarlo De Carlo definiva “Progettazione Tentativa”*(7)) infinito e instancabile capace di determinare le migliori condizioni senza sostituirsi all’uomo nell’atto creativo, preservando l’autenticità del processo, può rappresentare la giusta armonia tra uomo e macchina.
A questo punto la domanda sorge spontanea: l’A.I. potrà mai sostituire l’architetto come figura generatrice del progetto? E se sì, avremmo sempre e solo progetti impeccabili senza mai più indagare la pasta di cui è fatta l’unicità umana?
Forse la risposta sta nel mezzo, nella sapiente fusione tra intelligenza analogica e quella digitale! Ricordarci di “restare umani” *(8) significa valorizzare la nostra insostituibile capacità di processare attraverso sensibilità e pensiero critico, sostenuti, ma non sostituiti, da una macchina instancabile, capace di simulare infiniti scenari in tempi inimmaginabili per l’uomo. Si potrebbe semplificare attraverso una questione di design*(9) senza soffermarsi solo sui problemi da affrontare ma piuttosto sul metodo attraverso il quale cercare di avvicinarsi alle risposte date le domande di partenza. Design non come rappresentazione di un modello già esistente, ma come distinzione del concetto di “Blueprint” ovvero un modello di qualcosa che ancora non esiste ed estensione di idee volte a cambiare e migliorare il mondo. In un certo senso la reinterpretazione dell’unicità dell’uomo *(10) valutando, non tanto il prodotto finale, ma il processo attraverso il quale è stato ottenuto.
*1- Professore di Pratica delle Scienze Cognitive e Direttore Fondatore del Digital Ethics Center, Yale University;
*2- Nicola Donti; Docente universitario presso l’Università di Perugia. Consulente e divulgatore. Esperto di filosofia del linguaggio, della scienza e di comunicazione – Incateniamo l’A.I. – Supernova, 2025;
*3- Alan Turing, nonostante non parlasse direttamente in termini di intelligenza artificiale, viene considerato il padre di questa disciplina grazie al suo celebre test (Turing Test) del 1950;
*4- Bruno Zevi si definisce un uomo di periferia, cioè un uomo di libertà, di modernità perfino di anarchia e disordine perchè, dice il critico romano, il disordine è democratico mentre l’ordine è militare e dittatoriale; Documentario su Bruno Zevi diretto da Shulamit Sonnino prodotto dall’Istituto della Cultura Italiana; 28 maggio 2000;
*5- Che cos’è (veramente) l’intelligenza artificiale? AI in orbita; Orbits; 2024;
*6- Luigi Prestinenza Puglisi; Storico e critico dell’architettura italiano; Non basta che funzioni. Il linguaggio dell’architettura; Letteraventidue; 2025. Capitolo 26 – L’architettura dell’errore – pag.116;
*7- Ina Macaione, Giancarlo De Carlo. Progettazione tentativa, Clean Edizioni, Napoli, 2018”. La progettazione come approccio che considera l’architettura non come risultato definitivo, ma come processo in divenire, aperto a tentativi, verifiche e adattamenti;
*8- Paolo Borzacchiello, esperto di intelligenza linguistica, invita le persone a “restare umani” ovvero custodire il proprio pensiero critico senza delegarlo all’A.I. Studiare le parole, scriverle sono un modo per coltivare il pensiero. (“Riusciamo a pensare limitatamente al numero delle parole che abbiamo in bocca. La parola non è lo strumento del pensiero, ma i pensieri sono possibili in base al numero delle parole che consoci. Non posso pensare ad una cosa di cui non ho la parola.” Umberto Galimberti);
*9- Dare SENSO al mondo…disegnandolo! DESIGN inOrbita; Orbits; 2024;
*10- Che cosa significa essere AUTORE oggi? CONTENUTI in Orbita; Orbits; 2024;