
Qualche giorno fa, percorrendo la strada per andare a casa, ho notato un cancello di ingresso particolare di un’abitazione. La forma complessa, la dimensione esagerata e la composizione satura di ornamenti non esattamente collocabili in uno stile artistico preciso. Mi è evidente alla vista perché è appena stato installato e, essendo sulla strada che faccio ogni giorno per tornare dal lavoro, me ne accorgo subito. Mi viene naturale guardare la casa della stessa proprietà. Lo stile architettonico non si allontanava di molto dall’altra opera d’arte. Sulle labbra mi viene un cenno istintivo di un sorriso amaro da cui scaturisce una domanda: “Perché tutto questo eccesso? Cosa ha spinto ad andare ben oltre il necessario?”
Sono perfettamente d’accordo con chi sostiene che la funzione non basta e che la ricerca del bello sia fondamentale, tuttavia, non sono d’accordo con chi sostiene che “bello è ciò che piace”, ma questo è un altro discorso.
Arrivo a casa, considerando chiuso il discorso. La sera ascolto una storia incredibile della Prima Guerra Mondiale. Due soldati, seduti nel fango, sorridono e tengono in mano una foto della propria fidanzata. Un momento genuino di un periodo buio e immagino la complicità dei discorsi, se non fosse che noto che la loro uniforme non è esattamente uguale. La foto in bianco e nero inganna ma, a uno sguardo attento, si capisce che le loro fazioni sono agli opposti. Eppure, l’autenticità di quel momento rimane, anzi assume un valore esponenziale. Non avranno compreso una parola di quello che si dicevano ma si capivano lo stesso, anzi, forse sarà stato uno di quei momenti in cui parlare non serve poi a molto. Stavo ascoltando la celebre storia della tregua di Natale avvenuta nel 1914 tra soldati tedeschi e britannici sul Fronte Occidentale.
Subito mi sono immaginato di trasportare quella scena ai giorni d’oggi, con le possibilità che abbiamo. Avrebbero potuto usare la tecnologia per capire il linguaggio dell’altro. Poi ho capito che quel momento non avrebbe più avuto la stessa autenticità, soprattutto pensando a oggi, quando nemmeno tra chi parla la stessa lingua ci si capisce poi così tanto.
Allora ho capito che forse il valore delle cose non sta tanto nelle infinite possibilità a cui si può attingere, ma più in una condizione di limiti e vincoli in cui l’uomo, storicamente, ha sempre dimostrato qualcosa in più. Non è una novità che, in una condizione di disagio, la creatività umana o la sua perseveranza trovino terreno fertile per far germogliare fiori che altrimenti non sarebbero mai esistiti. Questa sensazione mi è familiare, la provo spesso, e questo pensiero mi riporta a pochi minuti prima, quando guardavo un semplice cancello dal finestrino della mia auto.
Come nella vita, anche l’architettura risente del contesto in cui viene concepita e la possibilità del “tutto” dei giorni nostri ha portato a un’identità perduta. Guardiamo per un momento anche all’utilizzo dei materiali da costruzione. C’è quasi una scelta eccessiva, quasi imbarazzante, in un mercato infinito, quando basterebbe investire e fare ricerca su pochi materiali ma di grande qualità, che portino un beneficio effettivo a chi abita gli spazi con i quali sono costruiti, possibilmente di origine naturale. Se vogliamo, questo discorso si potrebbe ampliare a qualsiasi ambito, penso soprattutto a quello del cibo.
L’architettura vernacolare ci viene in soccorso ricordandoci che si può fare molto anche con poco, con quello che si ha. Tecnologie povere ma intelligenti hanno accompagnato da sempre l’uomo nelle sue costruzioni, dove la funzione molte volte dettava la forma di un edificio che ancora non veniva chiamato architettura. Ecco che quella logica di misura ed equilibrio (“quel che basta”), suscitata da quell’incredibile storia di guerra, ha per me perfettamente senso.
“Una tastiera di un pianoforte ha 88 tasti. Non sono infiniti loro, tu sei infinito. E dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita”, diceva Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, e forse questa frase ci fa capire in quale insaziabile società stiamo vivendo. Non solo per i materiali visti in precedenza, ma anche e soprattutto nei linguaggi, negli stili e nelle rappresentazioni ormai per la maggior parte insipide.
Naturalmente nessuno vuole ricreare scenari di guerra o situazioni drammatiche per avere un approccio all’architettura più diretto e sincero, anzi, in un certo senso questo contesto ubriacante accentua e valorizza una buona progettazione. Ma proprio per onorare la fortuna che abbiamo riguardo all’agiatezza contemporanea e alle infinite opportunità che possiamo cogliere, dobbiamo impegnarci a creare un’architettura semplice, sincera e genuina, dove lo spazio diventa un linguaggio silenzioso, comune, comprensibile da chiunque, alleggerito da quell’opulenza gratuita e poco intuitiva che non ci sogneremmo mai di realizzare in tempi di necessità.
Semplice non significa minimal.
Semplice significa sincero, autentico e genuino.
Immagine di copertina riprodotta con AI. La costruzione è stata costruita dal racconto reale e da foto storiche esistenti